Ulleungdo (울릉도): l’isola che mi ha fatto aspettare 10 anni
Un paradiso inesplorato immerso nel verde tra un mare ricco e cristallino.
Da dieci anni sognavo di mettere piede a Ulleungdo, quell’isola vulcanica persa nel Mar dell’Est, a metà strada tra la Corea del Sud e le controverse rocce di Dokdo (독도), quel minuscolo arcipelago che ogni tanto il Giappone reclama con una sfacciataggine che fa sorridere (o arrabbiare, dipende dai giorni).
Ogni volta che provavo a organizzare il viaggio, gli amici coreani mi gelavano: «Devi prenotare almeno un anno prima, altrimenti scordatelo». E io, puntualmente, mollavo l’idea.
Quest’anno però la mia compagna di viaggio ha deciso che dieci anni erano troppi. In 24 ore – ventiquattro! – ha prenotato traghetto, alloggio e pure la voglia di partire. E così, senza quasi rendermene conto, ci siamo ritrovati in viaggio verso quella che per me era diventata quasi una leggenda.Siamo partiti da Pohang con il traghetto notturno: una nave grande, comoda, con cabine carine, bagni puliti e docce calde.






Abbiamo dormito sballottati dalle onde e ci siamo svegliati all’alba con Ulleungdo già lì, davanti a noi, nera e maestosa.
Appena sbarcati alle 6 del mattino abbiamo iniziato a camminare lungo il sentiero costiero. Ponti sospesi, dirupi a picco sul mare, scuro, faraglioni dalle forme assurde che sembrano scolpiti da un gigante ubriaco.
L’origine vulcanica si vede ovunque: rocce nere, basalto a colonne, un paesaggio che non assomiglia a niente che abbia visto nel Mediterraneo o nel Pacifico.








Errore da principianti: avevamo immaginato un’isola piccola, quasi un fazzoletto di terra. Sbagliato. Ulleungdo è grande, ripida, selvaggia. I bus pubblici passano con la frequenza di una cometa e così il primo giorno abbiamo camminato per ore, sudato litri e alla fine ci siamo arresi a taxi salvavita.
Quando finalmente siamo arrivati a un piccolo porto turistico, il cielo si è aperto e ci siamo buttati in acqua. Il mare è di una pulizia assurda: trasparente, freddo il giusto, pieno di pesci che ti girano intorno senza paura.
Dopo la nuotata, pranzo a base di pesce crudo freschissimo e la mia prima, indimenticabile ciotola di mulhoe (물회), quel piatto freddo e piccante che ti risveglia anche se hai camminato 20 km.



Sazi e illusi, abbiamo deciso di raggiungere a piedi la famosa caffetteria con vista sul mare. Dopo un paio d’ore di salita sotto il sole abbiamo capito l’errore.
Stavamo ancora arrancando quando una macchina si è fermata: due anziani sorridenti ci hanno fatto cenno di salire e ci hanno scarrozzato fino a destinazione. Gente di Ulleungdo: 10/10.
Ulleungdo è un sogno ad occhi aperti. Promontori che si tuffano nel nulla, verde intenso che sembra dipinto, e ovunque mare – mare sconfinato, profondo, che ti fa sentire piccolo e felice allo stesso tempo.
Dieci anni di attesa sono valsi ogni singolo secondo.









Se amate il mare vero – quello profondo, selvaggio, che ti guarda dal basso e ogni tanto ti ricorda chi comanda davvero – allora Ulleungdo vi rapirà il cuore.
Nuotando a pochi metri dalla riva ho incrociato meduse grandi come ombrelli, trasparenti e lente, e poi banchi di minuscole bluebottle che, con i loro fili velenosi, facevano molta più paura delle sorelle giganti.
Pesci ovunque, di ogni colore, che ti sfiorano le gambe senza timidezza. L’acqua è così viva che quasi la senti respirare.
E poi ci sono le persone: sorrisi facili, porte aperte, due parole scambiate per strada che diventano un passaggio in macchina o un invito a bere qualcosa. Cordialità autentica, di quella che non si compra nei resort.
Ulleungdo non è semplicemente un luogo meraviglioso.
È un posto che ti cambia la misura di ciò che significa “bello”.





