Trend food virali in Corea: quando i social fanno salire i prezzi degli ingredienti
A fine 2025, i Dubai chewy cookies — un dolce al cioccolato ripieno di crema al pistacchio e arricchito da croccante kadayif (pasta “a fili”) — hanno invaso i feed coreani. Il risultato? Non solo video e code nei café, ma anche un effetto molto concreto: ingredienti più cari e, in alcuni casi, introvabili.
È una storia (semplice e molto contemporanea) che passa per Kim Min-sun, impiegata a Seoul, che dopo aver visto il trend ha provato a replicare il dolce in casa.
“Quando ho controllato online gli ingredienti, i prezzi erano circa una volta e mezza quelli che ricordavo”, racconta. “Alcuni erano esauriti e la consegna poteva richiedere fino a due settimane. Così ho rinunciato.”
Più tardi Kim ha provato un altro piatto diventato virale, il bomdong bibimbap (riso con cavolo primaverile condito). Ma quando ha portato a casa il cavolo, la madre — più esperta di spesa — le ha fatto notare che il prezzo era più alto del solito.
Dietro questi episodi c’è un fenomeno ormai ricorrente in Corea: trend alimentari spinti dai video brevi che si trasferiscono, nel giro di giorni, dai social ai supermercati.
Non è solo food: è economia dell’attenzione che diventa economia reale
In un Paese dove quasi tutto passa dallo smartphone, la viralità non è soltanto “conversazione”: è domanda, ed è una domanda che si accende tutta insieme.
Il meccanismo è sempre più chiaro:
un contenuto breve rende un piatto desiderabile e replicabile
migliaia di persone lo provano nello stesso momento
gli ingredienti “chiave” diventano un collo di bottiglia
Quando la scoperta avviene in massa e nello stesso istante, anche la filiera viene stressata nello stesso istante. E i prezzi — soprattutto per prodotti importati o di nicchia — reagiscono.
I numeri: kadayif e pistacchi in salita
Secondo Korea Price Information (KPI), agenzia che monitora i prezzi, gli ingredienti chiave dei piatti virali degli ultimi mesi hanno registrato aumenti netti.
Per i Dubai chewy cookies:
Kadayif (500 g): da 18.900 won (circa 12,63 dollari) a 31.800 won
→ +68,3%
Pistacchi (400 g): da 18.000 won a 24.000 won
→ +33,3%
E nel caso del bomdong bibimbap:
Cavolo primaverile: da 4.500 won/kg a 6.000 won/kg
→ +33,3%
Perché proprio questi ingredienti “saltano” per primi
Non tutti gli aumenti sono uguali. Alcuni ingredienti hanno un’offerta che può crescere rapidamente, altri no.
Pistacchio
È un ingrediente spesso legato a filiere di importazione. Se l’ondata di domanda arriva tutta insieme, si crea facilmente un effetto “scorte che finiscono” e il prezzo si muove.
Kadayif
Non è un ingrediente della dispensa coreana quotidiana: può dipendere da importatori specializzati e da una distribuzione meno capillare. Se diventa improvvisamente “essenziale” per un trend, la disponibilità può diventare il vero problema (prima ancora del prezzo).
Verdure di stagione (come il bomdong)
Qui entra in gioco l’elasticità dell’offerta agricola e la stagionalità: quando un prodotto viene “riscoperto” in massa, lo sbalzo è immediato.
Non solo ingredienti: aumentano anche i prodotti pronti
La spinta non si è fermata agli ingredienti. Anche le versioni “già pronte” dei piatti virali hanno visto rincari marcati, con aumenti tra +50% e +116,7%.
Questo ci dice qualcosa sulla Corea: spesso il trend non resta confinato alla cucina “fai-da-te”. Il mercato lo intercetta e lo trasforma rapidamente in prodotto.
Perché in Corea succede così in fretta (più che altrove)
La Corea è un acceleratore perfetto perché mette insieme:
un pubblico molto digitalizzato, abituato a provare “subito”
un retail velocissimo, capace di copiare e distribuire trend in tempi record (bakery, café, convenience store)
delivery ed e-commerce che rendono semplice comprare l’ingrediente o la versione pronta
In questo senso, la viralità in Corea non è solo comunicazione: è anche infrastruttura.
Trend che si consumano più in fretta: da tanghulu a butter mochi
È un copione già visto. Nel 2023 era successo con il tanghulu (spiedino di frutta glassato con zucchero) esploso su TikTok e YouTube: con l’aumento della domanda, sono saliti insieme sia i prezzi della frutta sia quelli dello snack finito.
E oggi il ciclo sembra ancora più breve: prima ancora che l’ondata dei Dubai chewy cookies e del bomdong bibimbap si esaurisca, un nuovo tormentone sta già emergendo, spinto dagli stessi meccanismi social: i butter rice cakes (conosciuti anche come butter mochi).
Secondo Lee Dong-hoon, ricercatore di KPI, la dinamica è lineare:
“Quando certi piatti si diffondono rapidamente via social media, la domanda per i loro ingredienti si concentra in un periodo molto breve. Questo può portare a forti aumenti dei prezzi e instabilità dell’offerta, aumentando la volatilità del mercato.”
Chi paga il conto della viralità?
Il “prezzo” della moda non è soltanto economico, ma anche di rischio.
Consumatori: pagano di più o rinunciano, come nel caso di Kim.
Piccoli negozi e café: possono comprare scorte a prezzi alti e ritrovarsi con prodotti invenduti quando il trend passa.
Filiere di importazione e distribuzione: guadagnano in volumi, ma affrontano instabilità e picchi difficili da pianificare.
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Nota editoriale (Corea Nostra): la Corea è spesso un laboratorio perfetto per osservare come una moda digitale si trasformi in fenomeno economico. La domanda interessante non è solo “cosa diventa virale”, ma quanto costa la viralità — e chi paga il conto tra consumatori, negozi e filiere di importazione.
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Domanda aperta: un mercato in cui la domanda si accende e si spegne a colpi di 15 secondi è sostenibile? O stiamo imparando che l’attenzione — oggi — è una vera forza economica, con vincitori e perdenti molto concreti?


