Sei cittadini sudcoreani detenuti in Corea del Nord: l’ufficio presidenziale promette di riaprire i colloqui
Ieri, giovedì, l’ufficio del presidente Lee Jae-myung ha confermato ufficialmente che sei cittadini sudcoreani sono attualmente detenuti in Corea del Nord e ha promesso di adoperarsi per il loro rilascio, riaprendo al più presto i colloqui con Pyongyang.
Tra i sei ci sono tre missionari cristiani arrestati tra il 2013 e il 2014 – Kim Jung-wook, Kim Kook-kie e Choi Chun-gil – e treNordcoreani che avevano disertato al Sud, finiti in carcere al ritorno o durante tentativi di contatto. Le accuse vanno dallo spionaggio ad altre violazioni della sicurezza nazionale.
L’ufficio presidenziale non ha reso noti i nomi dei tre ex-disertori per proteggere le famiglie che ancora vivono al Nord.«A causa della lunga sospensione dei dialoghi e degli scambi intercoreani, le sofferenze dei nostri concittadini continuano – si legge nel comunicato – e la questione va risolta con urgenza».
La conferma è arrivata dopo che, durante la conferenza stampa di mercoledì, un giornalista aveva chiesto direttamente al presidente Lee se l’amministrazione stesse lavorando per riportare a casa i detenuti.
Lee ha risposto di non essere stato informato in precedenza dei singoli casi e di non avere dettagli, ma ha assicurato che l’ufficio se ne occuperà immediatamente.
Il Ministero dell’Unificazione aveva già chiesto più volte il rilascio immediato e incondizionato dei missionari, l’ultima a marzo 2025, subito dopo l’adozione da parte delle Nazioni Unite di un rapporto che ne chiedeva la liberazione.In un momento in cui Lee Jae-myung sta spingendo per riprendere il dialogo con il Nord – come dichiarato appena due giorni fa al KINTEX – il destino di questi sei prigionieri diventa uno dei primi banchi di prova concreti della nuova politica di disgelo. Riuscirà Pyongyang a rispondere positivamente, o continuerà il silenzio? Ve lo racconteremo, come sempre, senza filtri.
Non è la prima volta che cittadini sudcoreani finiscono nelle prigioni nordcoreane: in passato Pyongyang ha usato i detenuti stranieri – soprattutto missionari cristiani o giornalisti americani – come pedine diplomatiche, rilasciandoli spesso dopo interventi ad alto livello (come le visite di ex presidenti USA o negoziati segreti) in cambio di aiuti o concessioni.
Per i sudcoreani, però, la storia è diversa: i tre missionari attuali sono detenuti da oltre dieci anni senza notizie certe sul loro stato di salute, e casi simili (come quelli di altri disertori o attivisti umanitari catturati al confine) raramente si risolvono con un rilascio rapido, trasformandosi in un’arma di pressione a lungo termine che rende ogni apertura al dialogo un potenziale banco di prova per la credibilità del disgelo.


