L’attore Cho Jin-woong annuncia il ritiro dalle scene per vecchi reati commessi da minorenne
L’attore Cho Jin-woong ha annunciato sabato, attraverso la sua agenzia, l’intenzione di ritirarsi dal mondo della recitazione, mentre continuano ad aumentare le critiche per reati commessi quando era minorenne.
In un messaggio inviato ai media, l’attore si è scusato per aver deluso i suoi fan e ha dichiarato che questa decisione rappresenta il modo corretto di assumersi la responsabilità delle sue azioni passate. La polemica è scoppiata dopo che un media locale ha riportato accuse secondo cui Cho avrebbe commesso un reato da adolescente ed era stato processato come minore delinquente.
L’attore ha ammesso di avere precedenti giovanili, ma ha negato ogni accusa di violenza sessuale. «Mi scuso sinceramente per aver deluso tutti coloro che hanno creduto e mi hanno sostenuto a causa delle mie azioni vergognose del passato», ha scritto nel messaggio diffuso dall’agenzia. «Accetto con umiltà tutte le critiche e, a partire da oggi, interromperò ogni attività e metterò fine alla mia carriera di attore», ha aggiunto. «Farò del mio meglio per riflettere su me stesso e rialzarmi come persona migliore».
In rete sono circolate voci secondo cui Cho, durante le superiori, sarebbe stato coinvolto in un furto d’auto e in una violenza sessuale, per poi scontare un periodo in un istituto minorile.
L’agenzia ha a sua volta presentato le scuse a chiunque sia stato colpito dalle azioni passate dell’attore.Le critiche avevano già iniziato a danneggiare la sua carriera: l’emittente SBS ha annunciato di aver sostituito Cho nella narrazione vocale di un documentario. CJ ENM, la società che produce il celebre drama «Signal» – in cui Cho aveva uno dei ruoli principali –, ha fatto sapere di essere «in discussione» sul mantenere l’attore nella seconda stagione, già in fase di riprese e prevista per la prima metà del prossimo anno.
Il quarantanovenne Cho Jin-woong ha studiato teatro e cinema in un’università di Busan prima di esordire a teatro. Il debutto cinematografico è arrivato nel 2004 con «Spirit of Jeet Kune Do: Once Upon a Time in High School»; ha poi ottenuto ampi consensi con film come «Nameless Gangster: Rules of the Time» (2012), «The Admiral: Roaring Currents» (2014) e «Believer» (2018). Nel 2016 è stato protagonista del grande successo televisivo «Signal» e avrebbe dovuto riprendere il suo ruolo nel sequel in uscita l’anno prossimo.
Questo caso mette in luce, ancora una volta, quanto la società sudcoreana sia inflessibile nel giudicare le figure pubbliche, anche quando si tratta di errori commessi in giovanissima età.
In Corea del Sud vige una cultura del “perfezionismo morale” che non concede quasi mai una seconda possibilità ai personaggi famosi: un passato macchiato, anche se remoto e legato all’adolescenza, può distruggere carriere costruite in decenni.
A differenza di molti Paesi occidentali – dove il concetto di redenzione e di crescita personale è spesso accettato e celebrato –, qui il pubblico e i media tendono a considerare ogni trascorso negativo come un marchio indelebile. Il risultato è una pressione enorme sugli artisti: basta un’accusa (vera, esagerata o solo rumore di fondo) perché sponsor, emittenti e fan voltino le spalle definitivamente.
Il caso di Cho Jin-woong, con il suo ritiro immediato per reati commessi da minorenne, evidenzia una delle differenze più marcate tra la cultura del “cancel” in Corea del Sud e quella di Hollywood: in Corea, il perdono è un lusso raro, mentre negli Stati Uniti le seconde possibilità sono spesso la norma, specialmente per figure consolidate.In Corea, la società collettivista e l’industria dell’intrattenimento impongono standard morali inflessibili, dove anche un episodio passato – come bullismo scolastico o un reato giovanile – può scatenare un’onda di critiche che travolge carriere intere. Come nel caso di Seo Ye-ji, accusata di comportamenti scorretti, o di idol K-pop come Kim Garam, espulsa da un gruppo per presunti abusi scolastici: bastano accuse (spesso non verificate) per perdere contratti pubblicitari e ruoli, con un “cancello” rapido e definitivo.
Questo riflette una pressione sociale che vede le celebrità come modelli perfetti, senza spazio per la redenzione: un sondaggio del 2022 ha rivelato che l’80% dei sudcoreani ritiene che le star colte in scandali debbano subire conseguenze più severe dei comuni cittadini.
Il risultato? Suicidi tragici, come quello di Lee Sun-kyun nel 2023 per accuse di droga, o esili forzati, con i diretti interessati che tentano comeback solo all’estero.
Al contrario, Hollywood abbraccia spesso archi narrativi di redenzione, dove scandali passati diventano “lezioni apprese” o persino un “tocco rockstar” che non distrugge le carriere. Pensiamo a Robert Downey Jr., arrestato per droga e furto negli anni ‘90: dopo rehab e prigione, è tornato come Iron Man, trasformando il suo passato in un’icona di resilienza. O a Mel Gibson, travolto da accuse di antisemitismo e violenza domestica nel 2006: ha perso ruoli temporaneamente, ma ha diretto e recitato in film di successo come La passion du Christ e Hacksaw Ridge (2016), con il pubblico che ha “perdonato” grazie a scuse pubbliche e performance convincenti. Anche Kevin Spacey, accusato di molestie nel 2017, ha visto la sua carriera crollare (fuori da House of Cards), ma casi come il suo sono eccezioni post-#MeToo; prima, star come Roman Polanski – in fuga per stupro dal 1978 – hanno continuato a vincere Oscar e lavorare, con difensori illustri che minimizzano i reati.
Le differenze culturali sono radicate: in Corea, la privacy è sacrificata per il “bene comune”, con media e netizen che amplificano le accuse senza filtri, portando a un “cancello di precisione” che colpisce non solo l’individuo ma l’intero ecosistema (agenzie, fan, collaboratori).
A Hollywood, il focus è sull’individuo e sul business: se un attore genera incassi, il perdono arriva più facilmente, come per G-Eazy o altre star che hanno rimbalzato dopo DUI o rehab.
Tuttavia, anche lì il clima è cambiato con #MeToo, con ritiri forzati come quello di Harvey Weinstein (condannato) o Kevin Spacey, ma senza il dramma collettivo coreano: le star occidentali spesso emergono con memoir o interviste che “umanizzano” il loro passato, trasformando la vergogna in opportunità di marketing.In sintesi, mentre Cho Jin-woong incarna il “marchio indelebile” della Corea – dove il passato minorile è imperdonabile –, Hollywood premia la resilienza, offrendo a figure come Downey o Gibson un “secondo atto” che in Corea resta un miraggio. Questo doppio standard solleva domande su accountability vera: punizione collettiva o redenzione personale?


