La luce restituita
Il quindici agosto è la stessa data in Italia e in Corea. Ma i due paesi festeggiano cose che non potrebbero essere più lontane — e in mezzo c'è una bomba
C’è una simmetria che mi ha sempre colpito, da quando vivo qui.
Il quindici agosto gli italiani non fanno niente, e lo fanno con metodo: si chiudono le città, si va al mare, si mangia fuori, si sopporta l’afa. È la festa più antica che abbiamo, e la sua essenza è la sospensione.
Lo stesso giorno, in Corea, si issano le bandiere.
Le due cose non hanno alcun rapporto storico. Nessuno ha copiato nessuno. È una coincidenza del calendario — e come tutte le coincidenze, non significa niente e proprio per questo fa pensare.
Feriae Augusti
Il Ferragosto è vecchio di più di duemila anni. Il nome lo dice: feriae Augusti, il riposo di Augusto, istituito nel 18 avanti Cristo. Non era una festa religiosa e non era neppure un giorno solo: era un periodo di riposo che chiudeva i grandi lavori agricoli dell’estate, quando la terra ha già dato quello che doveva dare e non chiede ancora nulla. Si facevano corse di cavalli, si scioglievano dal lavoro gli animali da tiro, li si adornava di fiori. Una festa contadina, in fondo, che un imperatore si limitò a mettere per iscritto.
Il cristianesimo ci trovò sopra una data comoda e vi appoggiò l’Assunzione di Maria: un corpo che sale, una luce verso l’alto. E il Novecento ci mise il resto — negli anni Trenta i «treni popolari di Ferragosto», biglietti a prezzo ridotto perché anche chi non aveva mezzi potesse vedere il mare per due giorni. È da lì che nasce, in buona parte, il turismo di massa italiano come lo conosciamo.
Duemila anni di storia per arrivare a una spiaggia affollata. Detta così sembra una caduta, ma non lo è: il Ferragosto è la celebrazione di un privilegio raro nella storia umana, cioè la possibilità di fermarsi. Gli italiani lo esercitano con una serietà che all’estero non si capisce, e che secondo me andrebbe difesa.
광복절
Il nome coreano della festa è Gwangbokjeol, 광복절. Si scrive con due caratteri cinesi, 光復: luce e ritorno. Il giorno in cui la luce è tornata.
Non «indipendenza», si noti. Non «vittoria». Non «fondazione». La lingua ha scelto un’immagine — una luce che c’era, che è stata tolta, e che torna. È una parola che presuppone un prima. Presuppone cioè che la Corea esistesse già, e che qualcuno per trentacinque anni le avesse spento la luce sopra.
Quel qualcuno era il Giappone. Il protettorato comincia nel 1905, l’annessione formale nel 1910. Trentacinque anni in cui la Corea non figura sulle carte geografiche: non è un paese occupato, è una provincia. Nell’ultima fase la lingua coreana viene esclusa dalle scuole, ai coreani si impone di adottare nomi giapponesi, centinaia di migliaia di persone vengono mandate a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche dell’arcipelago. Le donne costrette a servire i soldati giapponesi sono una ferita che, ottant’anni dopo, non si è chiusa e continua ad avvelenare i rapporti fra i due paesi.
Poi, il 15 agosto 1945, a mezzogiorno, la radio giapponese trasmette la voce dell’imperatore Hirohito. È la prima volta che i sudditi la sentono. L’annuncio è formulato in una lingua di corte così arcaica che molti non capiscono subito che cosa stia dicendo. Non pronuncia la parola «resa».
In Corea, quando la notizia si fa chiara, la gente scende in strada con bandiere cucite in casa.
Sei giorni
Ed è qui che la storia diventa scomoda.
Il 6 agosto 1945 una bomba atomica cade su Hiroshima. Il 9 agosto — lo stesso giorno in cui l’Unione Sovietica dichiara guerra al Giappone e invade la Manciuria — una seconda bomba cade su Nagasaki. Sei giorni dopo, la Corea è libera.
La catena è quella, ed è impossibile raccontarla senza un certo disagio. La libertà di un popolo arriva come effetto collaterale dell’annientamento di due città e di oltre centomila civili. Gli storici discutono ancora su quanto abbiano pesato le bombe e quanto l’entrata in guerra dei sovietici nella decisione giapponese di arrendersi: probabilmente entrambe, e la risposta onesta è che non lo sapremo mai con precisione. Ma dal punto di vista coreano la cronologia è nuda: due lampi, e trentacinque anni finiscono in una settimana.
C’è però un dettaglio che rende il nodo ancora più stretto, e che in Italia quasi nessuno conosce.
A Hiroshima, quel 6 agosto, c’erano decine di migliaia di coreani. Erano operai, molti dei quali portati lì con la forza, impiegati nelle industrie di guerra. Le stime variano molto e nessuna è certa, ma si parla di qualcosa come un decimo delle vittime. Coreani deportati dal Giappone, uccisi da una bomba americana, la cui esplosione avrebbe liberato la Corea.
I sopravvissuti tornarono a casa malati, e in un paese che stava per spaccarsi in due e poi per distruggersi in una guerra civile non trovarono nessuna assistenza: né dal Giappone, che non li riconosceva, né dagli Stati Uniti, né da un governo coreano che aveva altro a cui pensare. Molti si stabilirono a Hapcheon, nel Gyeongsang meridionale, che ancora oggi qualcuno chiama «la Hiroshima coreana». Un memoriale per le vittime coreane fu collocato nel parco della pace di Hiroshima solo molti anni dopo, e per decenni rimase fuori dal perimetro principale.
Ecco: il quindici agosto coreano nasce da lì. Non da una vittoria militare coreana — non ce ne furono, se non nella resistenza armata in Manciuria e nel governo in esilio a Shanghai, importanti per la memoria nazionale ma non decisivi sul campo. Nasce da una decisione presa altrove, per ragioni che non riguardavano la Corea, e pagata anche da coreani.
Il secondo scherzo
E come se non bastasse, mentre la luce tornava, qualcuno stava già tracciando la linea che avrebbe spento di nuovo metà del paese.
Nella notte fra il 10 e l’11 agosto 1945 — cinque giorni prima dell’annuncio dell’imperatore, quattro giorni dopo Hiroshima — due giovani ufficiali americani a Washington ricevono l’incarico di proporre in fretta una linea di demarcazione per la resa delle truppe giapponesi in Corea. Hanno mezz’ora. Usano una carta geografica presa da una rivista. Scelgono il 38° parallelo perché lascia Seoul a sud.
Non è una decisione politica meditata sul futuro di un popolo. È un espediente amministrativo per gestire una resa. Eppure quella riga di matita è ancora lì, ottant’anni dopo, spostata di poco e diventata la frontiera più sorvegliata del mondo.
La Corea è stata liberata e divisa nella stessa quindicina di agosto. Le due cose sono nate insieme.
Tre anni più tardi, sempre il 15 agosto, nasce ufficialmente la Repubblica di Corea. Per questo il Gwangbokjeol commemora due cose in un giorno solo: la liberazione del 1945 e la fondazione dello Stato del 1948. Un paese che festeggia contemporaneamente il momento in cui è tornato a esistere e il momento in cui ha smesso di essere uno.
Due modi di stare al mondo
Torniamo alla coincidenza.
L’Italia il quindici agosto celebra una cosa antichissima e serena: il diritto di fermarsi. È una festa che non ricorda nulla di preciso, e questo è il suo lusso. Duemila anni di continuità le hanno tolto ogni urgenza; è diventata clima, abitudine, odore di salsedine e di origano.
La Corea celebra una cosa recentissima e non del tutto risolta: l’esistenza. Chi ha ottant’anni, qui, è nato in un paese che sulle carte non c’era. Suo padre ha avuto un nome giapponese. Suo figlio ha visto la dittatura militare e poi le Olimpiadi. Suo nipote lavora per un’azienda che vende telefoni in tutto il mondo. Quattro generazioni, quattro paesi diversi, la stessa famiglia.
Da questo viene, credo, molto di ciò che agli italiani appare incomprensibile della Corea: la fretta, l’ossessione per il risultato, la difficoltà a fermarsi. Non è carattere nazionale, è memoria recente. Un paese che ha rischiato di sparire non dà nulla per acquisito.
E forse è per questo che la coincidenza del calendario, per quanto casuale, dice qualcosa di vero. Il quindici agosto due popoli molto lontani fanno la stessa cosa in due modi opposti: entrambi si fermano a guardare che cosa hanno. Gli italiani lo fanno stendendosi al sole, i coreani appendendo una bandiera alla finestra.
In tutti e due i casi, il messaggio è: siamo ancora qui.
Se il quindici agosto vi trovate a Seoul, guardate i balconi: la 태극기, la bandiera, compare alle finestre dei condomini per tutta la giornata. E se vi capita di passare dalle parti del confine, tenete a mente che il tempio buddhista più vicino alla Zona Demilitarizzata dista meno di un’ora d’auto. Ciò che divide questo paese e ciò che unisce gli esseri umani, in Corea, stanno molto vicini.
Nota — Le stime sulle vittime coreane di Hiroshima variano sensibilmente a seconda delle fonti; ho preferito indicare un ordine di grandezza piuttosto che una cifra. Sul peso relativo delle bombe atomiche e dell’entrata in guerra sovietica nella resa giapponese esiste un dibattito storiografico tuttora aperto.






