Il fiume che guardiamo da turisti
Cinquantamila persone a Ceuta in un giorno. Da Ganghwa, guardando il Nord oltre due chilometri d'acqua, ho capito una cosa sui confini.
Cinquantamila persone in un giorno. È il numero che arriva da Ceuta, l’enclave spagnola incastrata nel Marocco, dove fra il 30 e il 31 luglio una folla ha attraversato il confine a nuoto, aggirando il frangiflutti del Tarajal. Almeno sessantasette sono morte nel tentativo, un bilancio ancora provvisorio: alcune annegate, altre schiacciate nella calca sulla diga. Entro il giorno dopo, quasi tutte erano già tornate indietro.
L’Italia ha risposto sospendendo Schengen con la Spagna per un mese: controlli mirati su chi arriva per via aerea e marittima, cittadini europei esclusi. L’Italia non confina con la Spagna. Anche la Francia ha rinforzato i suoi valichi. Sánchez ha definito la reazione dei partner europei «egoista, polarizzante e illegittima».
Sono siciliano. Sono cresciuto in una terra che è sempre stata un attraversamento, non un punto d’arrivo: fenici, greci, arabi, normanni, spagnoli. Marsala, Caltanissetta, Alcamo, Gibellina: sono nomi arabi, e nessuno da noi ci fa più caso. A Lampedusa i barconi arrivano da trent’anni, e la parola «emergenza» ha smesso da tempo di significare qualcosa: un’emergenza che dura una generazione è semplicemente il modo in cui stanno le cose.
Non voglio raccontarla più semplice di com’è. L’arrivo di molte persone in poco tempo, senza casa né lavoro né lingua, produce problemi veri, e chi vive nei quartieri dove quei problemi si concentrano non se li inventa. Fingere il contrario non aiuta nessuno — meno di tutti chi arriva.
Poi mi sono trasferito in Corea, e vivo da vent’anni in un paese che questo problema, alla frontiera, non ce l’ha.
Qui il confine è una meta turistica. Ci si va la domenica, si guarda col binocolo, si compra il caffè al parcheggio. È l’unico confine terrestre che il paese possiede, ed è chiuso da settant’anni.
Il mese scorso ero a Ganghwa, di cui ho scritto in Il fantasma oltre il fiume. Dall’altra parte dell’estuario si vede il Nord: campi, un villaggio, una collina. Non è un orizzonte, è la sponda opposta di un fiume. Due chilometri d’acqua, in certi punti meno.
E lì, guardando quella riva, mi è venuto il pensiero che mi ha portato a scrivere questo pezzo: se un giorno succedesse quello che è successo a Ceuta — se cinquantamila persone entrassero in acqua tutte insieme, in una notte di nebbia — che cosa si farebbe?
La domanda ha una risposta legale diversa che in Europa: la Costituzione della Repubblica di Corea considera i nordcoreani già cittadini. Non sarebbero migranti. Sarebbero connazionali che tornano a casa. Ma la domanda pratica resta identica, e la risposta pratica è che non c’è filo spinato che tenga contro cinquantamila persone che hanno deciso di muoversi.
Non è nemmeno del tutto ipotetica. Un anno fa, nella notte fra il 30 e il 31 luglio — la stessa notte del calendario in cui quest’anno si è mossa Ceuta — un uomo ha attraversato quell’estuario a nuoto, legato a pezzi di polistirolo per restare a galla. I soldati sudcoreani lo hanno visto in mezzo alla corrente che chiedeva aiuto. Un ufficiale di marina gli ha gridato: «Siamo la Marina della Repubblica di Corea. Vuole rifugiarsi in Corea del Sud?». Ha risposto di sì. Per tirarlo fuori ci sono volute dieci ore.
Uno. Non cinquantamila. Ma la stessa acqua, e la stessa ragione.
È qui che mi si è rovesciato il ragionamento.
Per anni ho pensato ai flussi migratori come a un problema di gestione: quote, rimpatri, accordi bilaterali, pattugliamenti. Ma un confine non trattiene le persone. Trattiene, al massimo, la fretta con cui si muovono. Quello che le muove è più forte di qualunque barriera, perché è la cosa più ordinaria del mondo: la speranza che i propri figli stiano meglio di come si sta.
Nessuno attraversa uno stretto a nuoto, di notte, per cattiveria. Lo si fa per la stessa ragione per cui i miei conterranei salivano sulle navi per l’America e per l’Argentina: perché restando non si vedeva un modo.
Se questo è vero, allora la partita non si gioca sul confine. Si gioca prima. Un paese ricco che spende in muri quello che potrebbe spendere in scuole, ospedali e lavoro dall’altra parte del muro sta comprando qualche anno, non una soluzione. E lo sta comprando caro.
Non ho un piano. Sospetto che chiunque dica di averlo stia vendendo qualcosa. Ma so che un problema che riguarda l’Africa, l’Europa, l’Asia e le Americhe non si risolve con una misura nazionale valida per il mese di agosto.
Abbiamo diviso il mondo con delle linee. Il mondo, però, non ha mai smesso di essere uno solo: mangiamo grano che cresce altrove, il nostro telefono contiene minerali di un paese che non sapremmo indicare sulla carta, e il clima che spinge qualcuno a partire non chiede il passaporto a nessuno.
Da Ganghwa, quella riva sembrava vicinissima. Lo era davvero.



