I romanzi di Han Kang dominano la classifica dei bestseller in Corea nell’ultimo decennio
La scrittrice sudcoreana Han Kang — prima autrice del Paese a conquistare il Nobel per la Letteratura — è anche, oggi, il nome più “venduto” della narrativa coreana dell’ultimo decennio. A certificarlo non è un premio, ma un termometro molto concreto: la classifica cumulativa dei bestseller stilata da Kyobo Book Center, la più grande catena libraria della Corea, che somma vendite online e in libreria.
Nel periodo che va dal 17 aprile 2016 al 16 aprile 2026, i due primi posti sono occupati proprio da Han Kang: La vegetariana (1ª) e Atti umani (2ª). Un uno-due che racconta, meglio di qualsiasi slogan, il doppio movimento della sua carriera: l’esplosione internazionale e il rimbalzo domestico, a ondate.
Due ondate, due libri simbolo
La vegetariana, pubblicato originariamente nel 2007, è diventato un caso globale nel 2016, quando Han Kang è stata la prima coreana a vincere l’International Booker Prize. Quel riconoscimento ha acceso la curiosità anche in patria: il romanzo ha dominato le classifiche settimanali per 12 settimane consecutive ed è diventato uno dei titoli più acquistati dell’anno.
Quasi dieci anni dopo è arrivata la seconda ondata, ancora più larga: il Nobel 2024, primo assegnato a un autore o a un’autrice coreana, ha riaperto (o aperto per la prima volta) le porte a un pubblico molto più vasto. Questa volta, però, a guidare la corsa è stato soprattutto Atti umani, il romanzo del 2014 dedicato alla tragedia della rivolta democratica di Gwangju del 1980, che è stato il bestseller annuale in Corea sia nel 2024 sia nel 2025.
Un responsabile di Kyobo ha osservato che, se La vegetariana resta in testa nel conteggio totale grazie alla spinta iniziale del 2016, negli anni più recenti Atti umani l’ha superato per ritmo di vendita. Come se il Nobel avesse spostato il baricentro: dalla scoperta di un’opera “shock” e allegorica, alla necessità di fare i conti con una memoria collettiva ancora viva.
Non solo i primi due posti
La presenza di Han Kang nella top 10 non si ferma ai titoli di punta. Il suo romanzo del 2021 Non ci separiamo (che affronta l’Incidente del 3 aprile a Jeju) figura all’ottavo posto del decennio, sostenuto anche da riconoscimenti internazionali: il Prix Médicis Étranger nel 2023 e, quest’anno, il National Book Critics Circle Award negli Stati Uniti.
Un Paese che compra romanzi, ma legge meno?
La classifica di Kyobo dice anche altro: sei titoli su dieci sono romanzi coreani, segno di un appetito forte per la narrativa nazionale. Nella stessa lista compaiono, tra gli altri, Kim Ho-yeon con The Second Chance Convenience Store, Lee Mi-ye con DallerGut Dream Department Store e Yang Gui-ja con Contradictions (posizioni dalla quinta alla settima).
Eppure, in mezzo a questo trionfo, c’è un dato che stona — e forse è il vero nodo culturale del momento. Secondo il sondaggio nazionale sulla lettura del Ministero della Cultura, Sport e Turismo, la quota di adulti che legge almeno un libro “generale” all’anno (escludendo testi scolastici, manuali per esami, riviste e fumetti) è scesa dal 67,4% nel 2015 al 38,5% dell’anno scorso.
Il quadro che emerge è paradossale ma illuminante: pochi autori diventano giganteschi, quasi planetari, mentre l’abitudine alla lettura si restringe. La Corea letteraria, insomma, sembra muoversi come il pop: capace di creare fenomeni globali, ma dentro un mercato domestico dove il pubblico complessivo si assottiglia. In questo scenario, Han Kang non è solo una scrittrice di successo: è il punto in cui prestigio, memoria storica e consumo culturale si incontrano — e si scontrano.


