Hirst a Seoul: la grande scommessa del MMCA tra vita, morte e mercato
Seoul mette in vetrina Damien Hirst con una mostra che è, insieme, un evento culturale e una scelta di posizionamento. Al MMCA (National Museum of Modern and Contemporary Art) è approdata la prima grande personale asiatica dell’artista britannico, da sempre capace di polarizzare il pubblico: c’è chi lo considera un autore fondamentale del contemporaneo, e chi lo legge come il simbolo di un’arte che ha fatto della spettacolarità e del mercato una lingua madre.
Il titolo è programmatico: “Damien Hirst: Nothing Is True But Everything Is Possible”. La mostra resta aperta fino al 28 giugno e riunisce circa 50 lavori che attraversano quattro decenni: dalle sperimentazioni meno note degli inizi, alle teche con animali che lo hanno reso celebre (e contestato), fino ai lavori più recenti che continuano a dividere. Non è una retrospettiva “neutra”. È un percorso costruito per rimettere al centro ciò che, nel bene e nel male, Hirst non ha mai smesso di fare: usare vita, morte, fede e denaro come materiali artistici.
Per il MMCA la scelta è dichiaratamente rischiosa, quasi una sfida da museo nazionale. Hirst è uno dei nomi-cardine degli Young British Artists (YBA), la generazione che negli anni Novanta ha rilanciato l’arte britannica sulla scena globale. Ma è anche un bersaglio ricorrente di critiche per la sua vicinanza alla logica del brand, per il ruolo del collezionismo nel suo successo e per il confine, spesso volutamente ambiguo, tra opera e spettacolo. Proprio qui, sostengono i curatori, sta l’attualità della mostra per il pubblico coreano del 2026: Hirst mette a nudo il nostro modo di trattare la morte come rimosso, come merce, come tabù che la scienza promette di addomesticare e il capitale finisce per monetizzare.
Dalla leggenda di “Freeze” alle opere che non lasciano scampo
Hirst nasce a Bristol nel 1965 e cresce a Leeds. Racconta un’adolescenza turbolenta e un rapporto salvifico con il disegno. Nel 1986 si trasferisce a Londra e studia a Goldsmiths. A 23 anni organizza “Freeze”, mostra studentesca in un magazzino abbandonato: un episodio diventato mitologia, spesso indicato come uno dei detonatori del “momento YBA”. Da allora la sua traiettoria è stata un alternarsi di consacrazione e polemica, con una domanda che torna ciclicamente: Hirst è ancora un artista “necessario”, o è diventato un meccanismo?
Il primo capitolo del percorso, “With Every Question Comes a Doubt”, torna agli inizi, quando sta mettendo a fuoco un lessico personale. L’apertura è un’immagine che non concede appigli: “With Dead Head”, fotografia scattata a 16 anni, in cui sorride accanto a una testa in obitorio. È il manifesto implicito di un’ossessione: la morte non come episodio, ma come centro di gravità. Accanto, collage nati dalla frustrazione verso la pittura tradizionale, prime Spot Paintings (ripetizione e colore come disciplina), e le Spin Paintings prodotte su disco rotante. Qui si vede già la doppia spinta che lo accompagna: fissare l’inevitabile e, allo stesso tempo, inventare un dispositivo formale capace di reggerlo.
Le teche: la morte come esperienza fisica
La seconda sezione, “We Live in Time”, alza la temperatura. Le grandi teche in vetro non sono semplicemente “opere”: funzionano come macchine percettive. In “A Thousand Years” (1990) convivono una testa di mucca, larve di mosca e un dispositivo elettrico che chiude il ciclo in modo spietato: nascita, decomposizione, eliminazione. Nelle sale appare per la prima volta in Corea anche “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living” (1991), lo squalo sospeso nella formaldeide, in prestito da un collezionista di New York dopo passaggi in istituzioni come la Tate Modern e il Metropolitan.
Scienza, religione, capitale: dove la fede cambia oggetto
Il terzo capitolo, “The Luxury of Silence”, sposta l’asse dalla morte come biologia alla morte come economia simbolica. Armadietti di medicinali, pillole, installazioni che richiamano il linguaggio clinico: il punto, dicono i curatori, è la nostra fiducia quasi automatica nella medicina e il desiderio di controllare il destino.
Al centro c’è “For the Love of God” (2007): un teschio umano fuso in platino, incastonato con 8.501 diamanti. Il MMCA lo legge come un cortocircuito: è l’opera che sembra promettere eternità proprio mentre ricorda che perfino l’eternità ha un limite. Attorno, i trittici di farfalle (tra cui “Contemplating the Infinite Power and the Glory of God”, 2008) e le sculture religiose e mitologiche “aperte” — “Saint Bartholomew, Exquisite Pain” (2007) e l’unicorno scorticato a metà di “Myth” (2010) — insistono sulla bellezza come dispositivo di credenza, non solo come forma.
Un finale da studio (letteralmente)
Il colpo di scena è l’ultima parte, al MMCA Studio, dove il museo ricostruisce per la prima volta a Seoul il suo spazio di lavoro londinese affacciato sul Tamigi. È una scelta scenografica, sì, ma serve a spostare lo sguardo: dal “capolavoro” alla produzione, dalle icone al mestiere. Da quello studio arrivano anche diverse “River Paintings” non ancora viste, alcune incompiute. E c’è un dettaglio che sembra fatto apposta per alimentare la leggenda: la sera prima dell’anteprima stampa, Hirst avrebbe aggiunto pennellate rosa a una tela e scritto “I love Korea” su uno specchio.
A proposito di polarizzazioni, una curatrice senior del MMCA lo ha detto senza giri di parole: Hirst è un artista da “amare o odiare”, e sembra divertirsi a restare in quella tensione. Il museo, però, non chiede un verdetto. Chiede di entrare nel paradosso e di misurarsi con la potenza degli originali. Se ne esce con un’opinione, e va bene così.
La mostra “Damien Hirst: Nothing Is True But Everything Is Possible” è visitabile al MMCA Seoul fino al 28 giugno.
Due righe sul MMCA (e perché conta)
Il MMCA (National Museum of Modern and Contemporary Art, Korea) è il museo nazionale dedicato all’arte moderna e contemporanea. Non è un’unica sede: è una rete di spazi con identità diverse. MMCA Seoul, inaugurato nel 2013, è la sede cittadina nel cuore della capitale e lavora spesso con progetti contemporanei e grandi mostre internazionali, con aperture serali in alcuni giorni.[1][2]
Il museo ha anche sedi a Gwacheon, Deoksugung e Cheongju: un sistema che copre non solo l’esposizione, ma anche collezione, conservazione, ricerca e archivi.[3]
L’arte contemporanea a Seoul: tre coordinate utili
Seoul negli ultimi anni si è consolidata come una delle città asiatiche più vitali per il contemporaneo, con un ecosistema di musei, fondazioni, gallerie e fiere.
L’area Gyeongbokgung–Samcheong-dong–Sogyeok-dong: qui il contemporaneo convive con il tessuto storico e molte visite diventano un itinerario tra spazi diversi.
Hannam-dong / Yongsan: un asse che si è rafforzato con l’arrivo di gallerie internazionali e l’aumento di programmazioni di respiro globale.[4]
Le fiere di settembre: Frieze Seoul (a COEX) e Kiaf Seoul sono diventate appuntamenti chiave per capire come si muovono mercato, collezionismo e narrativa culturale della città.[5][6]
In questo quadro, la personale di Hirst al MMCA non è solo “un nome famoso in cartellone”: è un tassello della negoziazione continua tra istituzioni pubbliche, capitale privato e attenzione globale.


