Dove finiscono i rifiuti di una metropoli: Nanjido, la discarica diventata parco
La fine dei rifiuti non è una sparizione: è una scelta di geografia urbana, tecnologia e responsabilità collettiva.
92 milioni di tonnellate, due colline da 98 metri, una bonifica lunga un decennio: la “fine” dei rifiuti di Seul è diventata paesaggio — e accanto continua a lavorare un impianto che tratta il 18% dell’immondizia domestica di cinque distretti.
C’è un’idea che, a Seul, è stata resa letterale: trasformare ciò che una città preferisce non vedere in uno spazio pubblico desiderabile. Haneul Park e Noeul Park, nel distretto di Mapo, sorgono dove per quindici anni è esistita la principale discarica urbana. Sotto i sentieri e le praterie non c’è solo terra: c’è un volume immenso di rifiuti messo in sicurezza e coperto, l’eredità materiale di un’epoca in cui “gestire” significava soprattutto seppellire.
Il luogo si chiamava Nanjido e dal 1978 ha assorbito rifiuti per 15 anni, fino a superare 92 milioni di tonnellate. Un numero che, da solo, spiega la scala del problema: abbastanza da creare due colline alte circa 98 metri. A lungo, odori e polveri hanno segnato l’area, mentre la decomposizione produceva metano e percolato, con danni ambientali importanti.
Timeline essenziale (1978–2005)
1978 — Nanjido inizia a funzionare come discarica di Seul
1993 — Chiusura del sito e avvio di stabilizzazione e risanamento
2002 — Conversione delle due colline in Haneul Park e Noeul Park (anno dei Mondiali FIFA co-ospitati da Seul)
2005 — Apertura del Mapo Resource Recovery Plant
Dalla discarica al parco: una bonifica che cambia il significato del luogo
Nel 1993 il Governo Metropolitano di Seul chiuse la discarica e avviò una lunga operazione di stabilizzazione e risanamento, con interventi mirati anche sui materiali pericolosi. L’obiettivo non era soltanto “coprire” un problema, ma renderlo gestibile nel tempo.
Entro il 2002, in coincidenza con l’anno in cui Seul co-ospitò i Mondiali FIFA, le due colline nate dai rifiuti furono riconvertite in spazi ecologici: Haneul Park e Noeul Park, oggi tra le aree verdi più frequentate della capitale. Il punto non è solo estetico: la riconversione racconta un cambio di mentalità — dal rifiuto come “sparizione” al rifiuto come tema urbano con cui convivere, da governare e spiegare.
Accanto ai prati, l’infrastruttura: Mapo Resource Recovery Plant
Tra i due parchi si trova il Mapo Resource Recovery Plant, simbolo del cambio di strategia della città: ridurre la dipendenza dalla discarica e gestire i rifiuti con processi più controllati, tra cui l’incenerimento.
Aperto nel 2005, l’impianto tratta circa il 18% dei rifiuti domestici prodotti in cinque distretti vicini: Mapo, Jung, Jongno, Yongsan e Seodaemun. In media vengono bruciate circa 600 tonnellate al giorno. La struttura svolge anche attività divulgative, con circa 10.000 visitatori all’anno per tour educativi.
Sul fronte delle emissioni, i parametri più sensibili — come le diossine — sono oggetto di controlli stringenti: il limite legale è 0,1 nanogrammi per metro cubo d’aria, mentre le misurazioni dell’impianto risultano quasi nulle, circa 10.000 volte al di sotto del limite.
Come funziona l’impianto: continuità operativa e preparazione dei rifiuti
Per garantire la temperatura necessaria alla combustione, l’impianto opera ininterrottamente, 24 ore su 24. I conferimenti avvengono soprattutto tra mezzanotte e le 8 del mattino, dal lunedì al sabato. I camion scaricano i rifiuti in una fossa con capacità massima di 750 tonnellate.
Prima di entrare nel forno, i sacchi non vengono alimentati direttamente: una gru li solleva e li lascia cadere ripetutamente per due o tre giorni. Questo passaggio apre i sacchi, omogeneizza il materiale e riduce l’umidità, rendendo più stabile il processo.
Il calore generato dall’incenerimento viene recuperato in una caldaia: l’acqua diventa vapore, che aziona una turbina e consente di produrre energia. La produzione è di circa 5.000 kilowatt al giorno, indicata come sufficiente per coprire il fabbisogno di 20 famiglie per un mese. In ogni caso, l’elettricità è un risultato collaterale: il cuore dell’impianto è la gestione del rifiuto, non la resa energetica.
Box tecnico — Depurazione dei fumi (in 4 passaggi)
Reattore semi-secco: reagenti alcalini neutralizzano composti acidi come acido cloridrico e ossidi di zolfo. Parte dei residui cristallizza e si deposita.
Filtro a maniche: intercetta il particolato che non si è depositato.
Riduzione catalitica selettiva (SCR): l’ammoniaca, iniettata nello strato catalitico, reagisce con gli ossidi di azoto trasformandoli in azoto e acqua.
Polishing filter: ultima barriera, identica a un filtro a maniche, che cattura le particelle residue prima dell’uscita dal camino. L’impianto di Mapo è l’unico in Corea a utilizzarlo.
Una lezione urbana: il rifiuto non “finisce”, cambia forma
La parabola di Nanjido non è un semplice prima/dopo: è un promemoria concreto del fatto che una metropoli non può eliminare i propri scarti, può solo decidere come trattarli e dove collocarli nella geografia della vita quotidiana. A Mapo, la risposta è stata doppia: mettere in sicurezza una discarica gigantesca e restituirla come paesaggio, mentre a pochi passi continua a operare un’infrastruttura pensata per rendere più controllato ciò che la città produce ogni giorno.
In questo senso, Nanjido non è un caso isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia della Corea del Sud degli ultimi anni: la rivalutazione ambientale come progetto urbano e nazionale. A Seul, il recupero del Cheonggyecheon — il torrente riportato alla luce dopo la rimozione di infrastrutture stradali — è diventato un modello di “rinaturalizzazione” capace di cambiare microclima, mobilità e immaginario della città. Fuori dalla capitale, interventi di riforestazione e stabilizzazione dei versanti lungo la costa orientale (dove il bosco è anche una barriera contro erosione, frane e incendi) mostrano un’idea simile: ricucire paesaggio e sicurezza. E lungo le rive dell’Han, con i parchi lineari e la restituzione di spazio al fiume, si ritrova la stessa logica: non cancellare le cicatrici dell’industrializzazione, ma trasformarle in luoghi praticabili, misurabili e condivisi.




