Come ho incontrato lo Zen in Corea
Un viaggio personale che può diventare anche il tuo, passo dopo passo
Durante le guide con gli amici di Corea Nostra, mi capita così spesso di raccontare concetti buddisti che, a fine giornata, ho la sensazione di aver fatto un po’ di divulgazione del Dharma e — usando termini “tecnici” — di aver contribuito a far crescere il Sangha.
Per me è naturale parlare di questi temi: la spiritualità mi interessa da sempre e, da quando sono arrivato in Corea nel 2006, ho esplorato il Buddismo sin dai primi mesi.
Prima di raccontare come l’ho scoperto, voglio sottolineare una cosa: il Buddismo è una delle chiavi che può rendere un viaggio in Corea ancora più profondo. È vero, la Corea è famosa per la cosmetica, la tecnologia e l’intrattenimento contemporaneo. Ma non è solo questo: è cultura millenaria, tradizione culinaria (pensiamo ai fermentati), scrittura e letteratura, una lingua inventata da un re geniale… ed è anche spiritualità.
Per quanto la Corea venga percepita come un Paese moderno e veloce, allo stesso tempo è sorprendentemente lenta: puoi restare seduto a meditare per ore in un tempio e non sembrerà affatto strano.
Esiste davvero un “turismo nel turismo”: quello di chi, tra montagne e cortili silenziosi, cerca verità, illuminazione, una comprensione più chiara di sé.
Lasciatevi guidare in questa storia: è un percorso che porta a scoprire quel silenzio che regge — e bilancia — il caos della Corea moderna. Un po’ come nella bandiera, dove rosso e blu si contrappongono e si completano: calma e tempesta, raccoglimento e festa, meditazione e vertigine.
Il primo incontro: Bodhidharma nei ristoranti tradizionali
Nel 2006, quando arrivai in Corea, ero chiaramente sopraffatto da un mondo immenso e diverso. Avevo vissuto quasi tutta la mia vita in Sicilia; a parte qualche viaggio (soprattutto l’Interrail, che mi fece scoprire l’Europa in un mese), la dimensione di megalopoli e quel senso di “lost in translation” erano una novità assoluta — e divennero la mia quotidianità.
In Sicilia avevo già i miei spazi spirituali: da un lato la chiesa, grazie ad amici sacerdoti saggi e affettuosi come padre Raffaele e Conigliaro (uno parroco con cui passavo molto tempo, l’altro teologo con cui a volte avevo l’onore di parlare di temi religiosi); dall’altro le giornate al mare, da solo a Capo Gallo, senza connessione telefonica, per ritrovare tranquillità.
Nelle prime settimane in Corea, mi incuriosiva un quadro che vedevo spesso nei ristoranti tradizionali: chiedevo chi fosse quella figura, ma raramente qualcuno sapeva spiegarmelo. Era una raffigurazione di Bodhidharma.
Lo chiamavano “Dharma” (o qualcosa di simile), ma nessuno mi chiariva davvero chi fosse. L’avrei scoperto più tardi, grazie a una lettura quasi casuale: The Compass of Zen di Seung Sahn, nella traduzione di Hyungak Sunim.
Lo lessi con enorme piacere: ero curioso del Buddismo e, vivendo in Italia, avevo già letto vari libri di Osho e Deepak Chopra. In Corea, però, avevo l’impressione di poter esplorare questi temi più “alla fonte”, in modo più diretto e autentico.
Verso Hwagyesa: il Dharma talk della domenica
Dopo aver finito il libro, decisi di andare a conoscere l’autore — il maestro zen Seung Sahn — e il traduttore, un monaco americano ordinato nel Buddismo coreano.
Mi recai al tempio di Hwagyesa, a nord-est di Seoul: un luogo immerso in una valle bellissima e, ancora oggi, uno dei centri zen internazionali più importanti della città.
Qui si ritrovano turisti e locali per praticare, meditare e partecipare a ritiri. Quando arrivai chiesi se fosse possibile incontrare Seung Sahn, ma mi dissero che ero arrivato tardi: era morto due anni prima.
Mi dissero però che non ero l’unico a presentarmi cercando lui: molte persone continuavano a chiedere di Seung Sahn.
Da quel giorno tornai più volte al tempio e, pian piano, iniziai a frequentare il Dharma talk della domenica: circa tre ore in cui la meditazione seduta alternava la meditazione camminata; alla fine c’era un momento comunitario in cui un monaco parlava e rispondeva.
Era la prima volta che trovavo una “famiglia spirituale” così lontano da casa. Nel Buddismo, i Tre Gioielli sono Buddha, Dharma e Sangha — e quest’ultima parola significa proprio comunità.
All’inizio era davvero difficile restare seduto per 30–40 minuti senza “fare nulla”: era una sofferenza. Stare davanti alla propria mente — paure, desideri, pensieri — è stato un periodo di catarsi, di pianti… ma poi è diventato una forza.
Tornavo ogni domenica, anche se vivevo molto lontano. Con il tempo feci amicizia con tante persone e con alcuni monaci del centro.
Bodhidharma: il ponte tra India, Cina, Corea e Giappone
Solo più tardi capii che quel personaggio onnipresente nei quadri — Bodhidharma — non era un dettaglio folkloristico, ma un simbolo profondo: un monaco indiano che, viaggiando, contribuì a portare il Buddismo in Cina e poi in Corea; e da lì, in seguito, arrivò anche in Giappone.
A Bodhidharma vengono attribuite (tra mito e storia) anche influenze su tradizioni come le arti marziali e alcune pratiche legate alla disciplina del corpo e della mente. In ogni caso, per me resta soprattutto un tassello fondamentale: un ponte tra l’India e l’Asia orientale, e una porta d’ingresso per comprendere una parte essenziale della Corea.
Questa Corea che oggi, dopo quasi 20 anni, mi ritrovo — con onore — a rendere più vicina ai nostri lettori e ospiti italiani. Spero di riuscire a farvi sentire sia ciò che vi ha portato fin qui, sia quel mistero più profondo che vi aspetta e che può farvi scoprire molto più di un semplice viaggio… un viaggio nella vostra essenza.
Recap pratico (da guida): parole chiave per capire il Buddismo in Corea
Buddha: non è un dio. È “il Risvegliato”, un essere umano che ha visto con chiarezza la natura della mente e della sofferenza.
Dharma: l’insegnamento e, soprattutto, la pratica (meditazione, etica, attenzione nel quotidiano). È la direzione, più che la teoria.
Sangha: la comunità che pratica (monaci, monache e laici). È il “contenitore” che ti sostiene quando da solo molleresti.
Bodhisattva: nel Buddismo Mahayana è chi fa voto di risvegliarsi per il bene di tutti gli esseri. In Corea sentirai spesso nominare figure come Gwan-eum / Avalokiteśvara (compassione) e Jijang / Kṣitigarbha (protezione e voto verso chi soffre).
Che cos’è lo Zen (Seon) in Corea
In Corea lo Zen si chiama Seon (선) ed è la tradizione meditativa più famosa. È diretta, essenziale: invece di “capire con la testa”, punta a vedere con l’esperienza.
Zen master (maestro Seon): una guida della pratica. Non è un “guru magico”: è qualcuno che ha molta esperienza e ti aiuta a non raccontarti storie, soprattutto quando la mente scappa.
Koan / hwadu: una domanda o “frase-seme” che non si risolve con la logica (es. “Chi sono io?” o “Che cos’è questo?”). Serve a rompere l’automatismo mentale e a riportarti all’essenziale.
Quale Buddismo è più praticato in Corea
Oggi, per numero e presenza di templi, l’ordine più grande è il Jogye (조계종): è un Buddismo Mahayana con forte impronta Seon (Zen).
Accanto al Jogye troverai anche altre tradizioni e ordini (e molta pratica devozionale): in Corea meditazione, ritualità, canti e prostrazioni convivono più di quanto immaginiamo in Occidente.
Temple stay e ritiri: cosa aspettarsi davvero
Temple Stay: è un’esperienza (spesso 1–2 notti) per vivere il ritmo del tempio. In genere include: sveglia presto, canti/cerimonie, pasti semplici in silenzio, meditazione seduta e camminata, a volte 108 prostrazioni e lavoro comunitario.
Ritiro (medio/lungo): è più intenso. Meno “turismo” e più pratica: tante ore di meditazione, poche parole, routine ripetuta. È bellissimo, ma è anche uno specchio: ti fa incontrare la tua mente senza filtri.
Consiglio da guida: non venire “a performare”. Vieni con curiosità e rispetto. Anche solo seguire un pasto in silenzio può essere una lezione enorme.









Graziee mi è piaciuto tanto ascoltare la storia che mi ha aiutato tanto