Quando ho conosciuto il proprietario di Classico sono rimasto sorpreso dalla sua bravura nel parlare italiano. Poi sono andato al suo ristorante — circa due ore da Seoul, in una cittadina piccola, Cheonan — e la sorpresa è raddoppiata.
A quei tempi, parliamo di quasi dieci anni fa, la buona cucina italiana si trovava soltanto in qualche quartiere di Seoul. Trovare quel livello fuori dalla capitale non me lo aspettavo.
Mi ha accolto calorosamente, come un amico, e mi ha subito raccontato la sua storia italiana. Comincia con la scuola alberghiera: un dettaglio raro, perché non è tanto comune per i coreani fare quella scuola. Di solito vengono a studiare all’Alma o in altri istituti; lui invece ha scelto un percorso più “classico”, per l’appunto.
Anche i piatti sono classici. Le vongole — aglio, vino bianco, un buon olio, e basta così — sono la prova che qui non si cerca l’invenzione ma l’esecuzione. Il tartufo arriva fresco e viene affettato al tavolo, davanti al cliente, come si fa in Italia.
La tovaglia, le posate, tutta la tavola apparecchiata ricordano un ristorante italiano elegante. Ho trovato anche una bella carta dei vini, e lo chef me ne ha consigliato uno da abbinare ai piatti.


