4 bambini coreani su 10 dicono di non avere tempo per giocare
4 bambini coreani su 10 dicono di non avere tempo per giocare
Quattro bambini su dieci in Corea del Sud affermano di non avere abbastanza tempo per giocare, secondo un sondaggio del National Center for the Rights of the Child (NCRC) diffuso domenica.
Su 1.177 bambini e ragazzi intervistati, dalla quarta elementare al secondo anno di liceo, il 40,1% ha indicato la “mancanza di tempo per giocare” come il principale ostacolo al proprio diritto al gioco. Seguono “l’interferenza degli adulti” (29,4%), la “scarsa consapevolezza dell’importanza del diritto al gioco” (13,9%), la “mancanza di spazi per giocare” (6,5%) e la “mancanza di informazioni” (3,8%). Anche tra gli adulti intervistati la “mancanza di tempo per giocare” è stata citata come la barriera più importante, con il 34,8% delle risposte.
Il diritto al gioco è riconosciuto dall’Articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Alla domanda su quale sostegno sia necessario per proteggere meglio questo diritto, il 38,3% dei bambini ha risposto “offrire più tempo per giocare”. Il sondaggio ha coinvolto anche 815 adulti, tra cui insegnanti: il 32,5% di loro ha indicato come necessaria un’azione per “migliorare la consapevolezza dell’importanza del diritto al gioco”.
L’indagine ha inoltre rilevato che, pur essendo elevata la consapevolezza del diritto al gioco, i bambini percepiscono che questo diritto venga rispettato in misura molto minore nella vita quotidiana.
Il punteggio medio della consapevolezza dei diritti dell’infanzia è stato 3,68 su 4, mentre la consapevolezza del diritto al gioco è risultata 3,69. (Punteggi più alti indicano maggiore accordo.) Tuttavia, la valutazione media su quanto i bambini ritengano che i loro diritti siano protetti nella pratica è stata 3,21, mentre per il diritto al gioco il punteggio è sceso a 3,15.
“Poiché i bambini spesso hanno bisogno del permesso degli adulti per modificare i propri orari quotidiani e poter giocare liberamente, tendono a dare priorità a ciò di cui hanno bisogno in modo diretto per giocare, mentre gli adulti attribuiscono più importanza alla consapevolezza, un fattore indiretto”, ha spiegato l’agenzia nella nota stampa.
Kids Day in Corea: 어린이날 (Eorininal), domani 5 maggio
In Corea del Sud, il tema del tempo (e dello spazio) dedicato all’infanzia torna puntualmente al centro del dibattito in occasione di 어린이날, la “Giornata dei Bambini”, che si celebra ogni 5 maggio ed è giorno festivo nazionale. La ricorrenza, nata nel primo Novecento come iniziativa civica per riconoscere dignità e diritti dei bambini e poi istituzionalizzata nel dopoguerra, è oggi un grande momento collettivo: musei, parchi, palazzi istituzionali e attrazioni organizzano ingressi scontati o eventi dedicati alle famiglie.
Proprio per questo, 어린이날 funziona spesso da cartina di tornasole: per un giorno la società “dichiara” che i bambini sono priorità, ma il sondaggio dell’NCRC ricorda quanto sia più difficile trasformare quel principio in tempo quotidiano libero, non negoziato e non subordinato a studio, corsi e agenda degli adulti. In altre parole: la festa celebra l’infanzia, mentre la settimana tipo continua a misurare la crescita soprattutto in termini di prestazione.
In Italia non esiste un equivalente festivo nazionale: c’è la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre, ONU) e, nella pratica, molte iniziative locali. Il confronto è interessante: in Corea la centralità dei bambini viene “messa in scena” in un giorno simbolico condiviso da tutto il Paese; in Italia il riconoscimento passa più spesso da scuola, comunità e famiglia, con meno ritualità nazionale ma, potenzialmente, con una maggiore continuità nei tempi non strutturati (pur con differenze forti tra città, territori e condizioni familiari).
Un confronto con l’Italia: quanto tempo hanno i bambini per giocare?
Mettere questo dato coreano a confronto con l’Italia non è semplice, perché cambiano metodologie, definizioni (gioco libero o attività strutturate) e abitudini familiari. Tuttavia, nella percezione comune e in molte analisi educative, il tempo dei bambini italiani appare mediamente più “elastico”: la giornata scolastica, pur impegnativa, tende a lasciare margini maggiori di pomeriggio, soprattutto nella scuola primaria, e l’idea del gioco come parte integrante della crescita è più spesso associata a una dimensione “quotidiana”, non soltanto a spazi ritagliati nel weekend.
In Corea del Sud, invece, soprattutto dalla tarda primaria in poi, il tempo libero entra in competizione con un ecosistema di studio extra-scolastico, corsi privati e attività orientate alla performance. In questo contesto, “giocare” può diventare un’attività da giustificare (o negoziare), più che un diritto da esercitare in modo spontaneo.
Perché questa differenza? Tre fattori che pesano (molto)
1) La pressione della competizione educativa
In Corea, la traiettoria scolastica è spesso percepita come un imbuto: il rendimento di oggi influenza le opzioni di domani. Quando il successo educativo viene vissuto come principale strumento di mobilità sociale, ogni ora “non produttiva” rischia di essere letta come un costo. Il gioco libero, che per sua natura non ha un risultato misurabile, finisce per perdere spazio.
2) La regia degli adulti e l’idea di “tempo utile”
Il sondaggio è chiaro su un punto: quasi un terzo dei bambini indica come ostacolo l’“interferenza degli adulti”. Non necessariamente in forma di divieto esplicito: spesso si tratta di una pianificazione totale del pomeriggio (compiti, lezioni, spostamenti, attività), dove il gioco viene tollerato solo se incastrato tra un dovere e l’altro. In Italia esiste certamente la tendenza a riempire l’agenda dei figli, ma il controllo può essere più discontinuo e il “tempo vuoto” socialmente più accettato.
3) Città dense, sicurezza e spazi di gioco
La questione dello spazio, pur pesando meno nelle percentuali, resta significativa: in molte aree urbane coreane, tra densità abitativa e ritmi familiari, il gioco all’aperto può risultare più difficile, o richiedere una presenza adulta costante. In molte città italiane, nonostante problemi reali (traffico, carenza di verde in alcune zone), permane una rete di luoghi informali—cortili, piazze, parchi—dove l’idea di “andare a giocare” conserva una certa immediatezza.
Un diritto “conosciuto” ma non praticato
Il dato forse più interessante del sondaggio è lo scarto tra consapevolezza e realtà: i bambini sanno che il gioco è un loro diritto, ma sentono che nella pratica quel diritto viene compresso. È uno scarto che interroga anche l’Europa: perché il tempo del gioco non dipende solo da leggi o dichiarazioni, ma da una cultura del tempo—scolastica, urbana, familiare—che decide cosa consideriamo davvero essenziale per crescere.


